Dall’11 al 25 Ottobre 2008 Personale del Maestro Corrado Frateantonio
10 Ott 2008 | Postato da Alessandro Vettori | nella categoria: In evidenza: Manifestazioni & Cultura
PERCORSI PITTORICI - Vicende dell’immagine:
tra verismo sociale e naturalismo.
Sabato 11 ottobre si terrà al “Palazzo Delle Maestranze” una personale del maestro Corrado
Frateantonio . Saranno esposte un buon numero di sue opere, attraverso le quali, si potrà
ammirare l’itinerario pittorico del maestro.
Il risultato raggiunto è entusiasmante.
Ogni quadro esposto conferma la piena maturità artistica e stilistica del maestro.
Ogni quadro esposto conferma l’assoluta padronanza di mezzi espressivi.
Ogni quadro esposto conferma che egli ha ormai raggiunto una dimensione di prim’ordine nella cultura artistica contemporanea.
Alcuni quadri esposti testimoniano infine l’inappagata voglia di ricercare, indagare e sperimentare del maestro.
Abbiamo così, ora, l’occasione di ammirare, la vasta e quanto mai varia produzione artistica di Frateantonio e ci si rende subito conto che la sua arte così complessa e molteplice realizzatasi spesso sotto il segno di una radicale contrapposizione rispetto a quanto le “ultime avanguardie” andavano producendo e predicando non può prescindere dalle sue contingenze culturali ed ideologiche, dalle sue motivazioni politiche e sociali, che lo hanno reso e lo rendono pittore unico ed originalissimo.
Egli risulterà pittore poliedrico, ideologizzato e colto, dalla grande umanità, dall’intensa carica emotiva capace di creare opere d’arte di alta qualità in virtù delle sue capacità tecniche e dall’assoluta padronanza di stili e mezzi pittorici .
Ho conosciuto il maestro Corrado Frateantonio circa dieci anni fa, grazie al mercante d’arte e comune amico Bartolo Centrone. Anni prima avevo avuto modo di ammirare alcune sue opere. In particolare avevo cercato di acquistare un suo piccolo olio.
Si trattava della veduta di un ponte di Roma con sullo sfondo la cupola di S. Pietro dipinta quando è appena sopraggiunta la sera. La luce del sole ormai tramontata lascia il posto alle ombre e quello che doveva essere fino a qualche minuto prima un cielo talmente infuocato, da rendere rossi anche gli edifici sta ormai per assumere i colori dell’ambra.
Gli edifici invece, hanno ancora addosso i bagliori dell’incendio cosicché i marroni delle architetture che fanno da sfondo, sono ravvivati da brillanti colori rosso e arancio.
Accanto a questo piccolo quadro, vi era esposta una grande tela e in essa vi era rappresentata una raccolta di arance. Una composizione armonica di colori, di verdi, di arancioni, di gialli, di azzurri, come armoniche erano le figure degli uomini dalle linde camicie bianche, ed i loro gesti.
E poi quanta luce. E’ la luce del sud! Una luce calda che illumina e colora.
Finalmente dicevo, tra me e me, un pittore classico. Classico lo era nelle architetture che fanno da sfondo, nelle prospettive sapientemente utilizzate, negli impianti scenografici. Classico lo era anche nella rappresentazione della natura e delle figure umane in essa contenute. Dopo qualche tempo con la conoscenza di Corrado e la sua frequentazione ebbi modo di vedere le altre sue opere, mi sembrava impossibile che uno stesso pittore potesse esprimersi in maniera così diametralmente opposta e creare autentiche opere d’arte così dissimili tra di loro. Corrado era pittore sommo in ogni sua espressione e sin dalle sue prime opere giovanili, quando originalissimo dipingeva disperazione, sofferenza e morte attraverso corpi deformi e mostruosi, attraverso mani contorte e nodose; e quando, moderatosi, dipingeva alienazione, emarginazione e solitudine attraverso i visi di gente umile, oppressa, sconfitta.
Col tempo ho capito che per comprendere la pittura di Corrado bisognava per forza di cose scinderla per genere.
E’ come se tre - quattro pittori vivessero in un unico corpo, e forse, bisognerebbe parlare di tre- quattro distinti maestri, tutti capaci di creare capolavori assoluti.
Uno ama dipingere la natura: campi di grano, filari di viti, raccolte di aranci e di limoni, i verdi cangianti di maestosi ulivi saraceni, ulivi secolari monumentali, belli, anzi bellissimi, vecchi ulivi dalla magia millenaria e al tempo stesso inquietanti. Un poeta bucolico che ama dipingere la natura e i suoi colori, dal giallo intenso dei campi di grano, dove il giallo assume lo stesso significato del fondo oro dei mosaici bizantini: è il divino! L’assoluto; agli ocra delle vigne autunnali dove le foglie delle viti si confondono ormai con il fango della terra. Dall’azzurro intenso dei cieli a tutta la gamma dei verdi, da quello cangiante degli ulivi al verde intenso delle foglie di arancio e limone al verde smeraldo dei prati. Un poeta bucolico che ama dipingere la natura, in questa troviamo la poesia del maestro, la sua malinconia, la sua intensa umanità, i suoi ricordi. Ricordi che si fermano all’adolescenza, e forse per questo più struggenti.
Certo non vi è dipinta la bellezza classica delle dolci colline toscane e dei suoi cipressi, ché la natura del sud è ora aspra e arida, ora dolce e ubertosa.
Questa è la realtà del maestro, vera non virtuale, è tra questi campi, tra questa natura che Frateantonio vive e vuole vivere dove vivono i suoi ricordi ed il suo presente, dove egli ritrova la sua famiglia, la bontà della madre e le sue raccomandazioni, dove egli ritrova il decoro del padre e gli insegnamenti ricevuti e dove riprova le intense meravigliose sensazioni provate quando ancora piccolo si cimentava ad emulare il padre e la sua arte.
Se nelle grandi tele delle raccolte di arance, di limoni e di mandorli, se nelle rappresentazioni degli ulivi saraceni, se nel pacato ordine dei filari di viti troviamo la poesia del maestro, dove tutto è calmo, sereno, dove vi è l’assoluta mancanza del tempo e delle nevrosi che esso provoca, dove tutto è permeato di dignità e decoro, nelle rappresentazioni degli ultimi, dei derelitti, degli abbandonati troviamo il suo mondo tragico. Un tragediografo capace si immortalare il dolore. In queste tele Frateantonio si presenta come un sommo pittore realista nel senso più comune del termine che sfida e aggredisce orgoglioso di sapere ritrarre l’umanità derelitta, emarginata ed oppressa e per la quale egli parteggia.
Orgoglioso della sua arte, capace come altri mai di ritrarre e riprodurre il dolore, di fartelo assaporare e vivere.
Orgoglioso della sua arte. Con quei colori scuri, neri, funerei egli arriva ad esprimere e dipingere come altri mai il senso della disperazione, dell’angoscia, della solitudine.
Ci sono pochissimi pittori con simile costante potere, capaci di provocarti dolore, dolore sordo, intenso che ti soffoca fino alle lacrime. Egli introduce in queste sue opere una dimensione extrapittorica. Dipinge negli sguardi impietriti e persi di uomini, donne e vecchi il dolore del presente, il terrore del domani pieno di angoscia e paure.
Nella tavolozza dell’artista, nero, viola, marrone sono i colori predominanti, con i quali Frateantonio dipinge stati d’animo; disperazione, solitudine, rassegnazione, emarginazione. E’ la rappresentazione drammatica della storia umano sociale del sud. Volti impietriti, bruciati dal sole; non rughe dovute al passare monotono dei giorni ma solchi scavati da secoli di sofferenza e solitudine. Ad accentuare alienazione e costrizione, egli a volte utilizza la tela quale spazio angusto, che comprime ed opprime i corpi. Questa diviene un peso insopportabile per il fisico e per lo spirito, non contiene l’opera d’arte, ma lo ribadiamo, è uno spazio angusto che comprime affligge e schiaccia il corpo e l’anima.
Questo espediente pittorico Frateantonio lo ripropone ciclicamente. In due dipinti dell’83 di cm 60×60 l’uno e di 50×70 l’altro, dai titoli evocativi, la solitudine e l’escluso, in altri dell’88 (60×60) (l’emarginato) e del 91 (100×100) di nuovo intitolato l’emarginato ma di ben altro impianto pittorico rispetto a quello eseguito anni prima.
In quest’ultimo vi è dipinto un uomo. Si tratta di un grosso uomo goffo ed impacciato, imprigionato in un quadro, vi è costretto e rinchiuso, il cui sguardo impietrito scruta e mette a disagio.
Non solo l’impianto architettonico è originalissimo, importanti per il raggiungimento dell’effetto pittorico sono anche le pennellate minuziose, sottili, abili con le quali egli indaga e scava l’animo umano e ne mette a nudo il dolore.
Questi volti, spesso rivisitati nella sua lunga carriera pittorica diventano, uno accanto all’altro, rappresentazione della tragedia umana. Vi è tuttavia, in questi ritratti, in queste immagini una consapevole forza ammonitrice, che con il passare del tempo si tramuterà in struggente pietà.
L’energica e dirompente protesta sociale rimarrà ancora in molte sue opere ma in seguito tale forza si attenuerà.
Sono anni di trasformazione politica ed intellettuale, anni in cui ormai disincantato e reso orfano, dagli accadimenti, dei suoi ideali e delle sue certezze politiche, egli va ricostruendo un suo nuovo impianto trascendentale, etico ed estetico.
Per incanto il marrone, il nero, il viola si stemperano in colori più tenui e più caldi, per incanto subentra nei suoi dipinti calma, decoro e serenità.
L’assoluta serenità della vecchia rammendatrice, dove il tempo si è fermato, dove anzi il tempo è volato via dalla finestra aperta. E’ eterno, immutabile, il gesto: eterno,solare il paese che si vede in lontananza. Eterna la serenità del volto.
E’ curiosamente, il procedimento a contrario, dell’estetica caravaggesca.
Nelle grandi tele del pittore lombardo il divino assume le sembianze grottesche degli uomini: di contadini, di soldati, di donne morte annegate; sembianze ora goffe ora grottesche dove la bellezza lascia il posto al brutto.
Non solo gli uomini sono brutti ma lo sono anche i santi rappresentati da questa umanità, non solo le donne hanno la pancia gonfia ma la hanno anche le sante, le eroine ed anche la madonna viene descritta in simile fattezza. Orbene il maestro Frateantonio infonde novello demiurgo all’umanità derelitta vilipesa, umiliata un alito divino. Quelle membra deboli, quegli sguardi persi nel vuoto pieni di tristezza e paura trasmettono catarticamente a chi li guarda la fierezza e la forza degli eroi.
Epici, belli i quadri che riproducono pescatori, marine e mattanze.
Nelle mattanze ritroviamo lo stesso maestoso impianto compositivo delle raccolte di aranci e limoni. L’azione ci viene proposta sempre frontalmente, tra i pescatori tutti protesi nello sforzo e lo spettatore, Frateantonio vi interpone il mare. Opportuno espediente non solo perché possiamo godere di un mare ora tutto rosso vermiglio dalle varie sfumature ed intensità, ora piatto e violaceo ravvivato da leggere increspature di rosso, ma perché così impostata l’azione tutta frontale che si svolge imponente a 180 gradi ci permette di ammirare tutti gli eroi della battaglia, perché sono vere e proprie battaglie epiche quelle che combattono i marinai. Le scene, tuttavia, non sono mai cruente, non sono scene dure. Non sono rappresentazione di morte le mattanze di Frateantonio, ma scene del lavoro quotidiano di tanti pescatori!
Queste scene più volte vissute durante la sua infanzia vengono ora rivisitate con la nostalgia del tempo passato. Non sono scene di morte ma scene del lavoro quotidiano di tanti pescatori. Questi stessi pescatori li troviamo rappresentati in alcune bellissime tele dal sapore metafisico. I marinai sempre intenti a rabberciare le reti, o quasi sempre, posti di fianco in primo piano hanno dietro di loro a volte un mare calmo e piatto altre volte sapienti e belle architetture di gruppi di case, di chiese, di portici.
I pescatori più simili a statue che ad uomini agiscono in una atmosfera irreale, senza tempo.
Queste architetture non rappresentano luoghi determinati esse potrebbero rappresentare qualsiasi paese e qualsiasi borgo marinaro.
In realtà tutte le architetture dipinte da Frateantonio altro non sono che luoghi onirici e metafisici.
Strane città sono quelle di Corrado! Città di altri tempi, senza la presenza di automobili, dove il progresso non è ancora arrivato e dove mai arriverà.
Scorci quasi sempre disabitai con al massimo la presenza di una o due donne ammantate in scialli nerissimi in netto contrasto col bianco candore delle case.
Scorci quasi sempre disabitati, ma al tempo stesso avverti che si tratta di paesi popolati. Abitati da contadini, popolane, pescatori e vecchi. Tipici rappresentanti della cultura contadina del mezzogiorno e fino a qualche decennio addietro dell’Italia intera.
Gli stessi identici personaggi magistralmente narrati dalla penna di Pier Paolo Pasolini.
E’ ancora l’Italia preindustriale.
Ugo Giordano
